Esempi di specie estinte per cause antropiche

Quante volte, sui media, abbiamo sentito parlare di distruzione dell’habitat e della sua conseguenza più diretta, l’estinzione di una specie? Già, ma cosa vuol dire che una specie si è estinta?

Di Jebulon – Opera propria, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12212781

Cerchiamo di far luce sulla questione: si definisce “estinzione” la totale scomparsa di una determinata specie di organismi viventi, ovvero non esiste più nessun esemplare in vita di quella specie.

Ma com’è possibile che un’intera specie svanisca? Ci possono essere molteplici cause: l’improvviso mutamento delle condizioni ambientali, la comparsa di una specie concorrente o predatrice, una malattia, un evento catastrofico (un’eruzione vulcanica, un’impatto meteorico, l’inondazione di un bacino, ecc.) parlando di sole cause naturali perché nel corso della storia geologica del pianeta si sono estinti milioni e milioni di specie per cause assolutamente naturali.

A queste va aggiunta l’azione della nostra specie che, con la caccia eccessiva (sottolineo il termine eccessiva, perché esistono casi in cui la caccia ha un importante ruolo ecologico), la distruzione dell’habitat o la concorrenza per le risorse trofiche (cibo), può cancellare qualsiasi specie. Va detto anche che le specie che rischiano di più l’estinzione sono quelle più specializzate: per esempio il panda gigante (Ailuropoda melanoleuca) si nutre solo ed esclusivamente di bambù, quindi se il suo habitat fosse distrutto (il rischio che accada è molto elevato a causa del rapido e incontrollato sviluppo economico della Cina) i panda giganti si estinguerebbero perché non avrebbero più nessuna fonte di cibo. Al contrario, specie non specializzate, onnivore e molto adattabili, corrono il rischio di estinguersi solo in caso di grandi catastrofi; per esempio le due specie di mammifero che hanno avuto più successo sono Homo sapiens e Rattus norvegicus (esatto, i ratti) contano miliardi di esemplari e soltanto una catastrofe planetaria o una pandemia potrebbero cancellarle, perché la distruzione di un habitat non rappresenterebbe un grosso problema per loro che troverebbero il modo di adattarsi a un altro.

Facciamo qualche esempio concreto.

Raphus cucullatus

Di BazzaDaRambler – Oxford University Museum of Natural History … dodo – dead apparently.Uploaded by FunkMonk, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20054563

Meglio noto come dodo, era un uccello culumbiforme (ossia parente dei piccioni, anche se a prima vista non si direbbe) inabile al volo, che nidificava a terra e si nutriva principalmente di frutti. Viveva solo e soltanto sull’isola di Mauritius, colonizzata dai portoghesi e dagli olandesi nel XVII secolo. Sfatiamo subito un mito: il dodo non si è estinto per la caccia eccessiva. Sembra infatti che le sue carni fossero assolutamente disgustose. La causa più probabile della sua estinzione è la distruzione dell’habitat da parte dei coloni e l’introduzione di specie predatrici o concorrenti, come i maiali, i cani o i ratti, insieme al consumo delle uova (molto più appetibili della carne) da parte dei coloni o delle già citate specie introdotte:  infatti il dodo nidificava a terra per via dell’assenza di predatori sull’isola di Mauritius e le uova erano facili prede per chiunque.
La sua estinzione è avvenuta fra il 1662 e il 1681.

Pinguinus impennis

Di Mike Pennington, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=13812423

Sebbene l’aspetto e il genere facciano pensare il contrario, questo non è un pinguino. Il suo nome comune è “alca impenne”, impropriamente noto anche come “pinguino boreale” proprio per la sua somiglianza coi famosi uccelli nuotatori dell’Antartide. Questo animale è uno straordinario esempio di convergenza evolutiva: specie che vivono in ambienti simili sono sottoposte a simili pressioni evolutive e tendono quindi a evolversi in forme simili. Infatti la sua somiglianza coi pinguini è evidente non solo nell’aspetto: l’alca era un eccellente nuotatrice, era inabile al volo, si nutriva di pesce e deponeva un solo uovo ogni anno, esattamente come i pinguini veri e propri. Il suo areale comprendeva tutte le coste dell’Atlantico settentrionale e, durante le ere glaciali, arrivava anche a colonizzare il Mediterraneo. Sembra che la parola “pinguino” derivi da “pengwyn”, il nome con cui gli irlandesi chiamavano questo uccello. L’Alca si è estinta a causa della caccia eccessiva per scopi alimentari e per il piumaggio. L’ultimo avvistamento di un esemplare in libertà risale al 1852 al largo della Terranova, in Canada.

Thylacinus cynocephalus

Di Baker; E.J. Keller. – Report of the Smithsonian Institution. 1904from the Smithsonian Institution archives. Published exampleother information: [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=58331

Il tilacino, o “tigre della Tasmania”, era un marsupiale predatore di aspetto simile a quello di un cane ma con un manto simile a quello di una tigre. Nel Pleistocene il suo areale comprendeva l’intera Australia, ma si ridusse alla sola isola di Tasmania quando gli aborigeni australiani introdussero il dingo, ovvero un cane inselvatichito. È probabile che l’ultimo esemplare australiano sia morto circa mille anni fa, mentre in Tasmania il tilacino è sopravvissuto fino agli anni ’30 del XX secolo. La sua estinzione fu causata dalla spietata caccia da parte degli allevatori tasmaniani, favorita dal governo locale, e dalla forte richiesta di esemplari degli zoo americani ed europei. L’ultimo esemplare in libertà fu avvistato nel 1932, mentre l’ultimo esemplare noto della specie morì nello zoo di Hobart (Tasmania, Australia) il 6 settembre 1936. Il tilacino è stato dichiarato ufficialmente estinto nel 1986, tuttavia si sono registrati molti presunti avvistamenti di esemplari in libertà in Tasmania. Sebbene spesso le testimonianze non siano state ritenute attendibili, sono in corso alcune ricerche per verificare o meno la sua eventuale sopravvivenza, che purtroppo è estremamente improbabile. Tuttavia esiste una speranza: alcuni ricercatori australiani e statunitensi hanno isolato e sequenziato con successo parte del DNA di questa specie a partire da esemplari impagliati o conservati formalina. Se fosse possibile sequenziare il completo genoma si potrebbe ricostruire una nuova popolazione di tilacini mediante clonazione. Purtroppo, ci vorranno molti anni e ulteriori ricerche per sapere se è davvero possibile ricreare il tilacino.

Dusicyon australis

Di John Gerrard Keulemans – http://www.flickr.com/photos/biodivlibrary/5987837577/in/set-72157627309531048, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=149429

Questo canide era meglio noto come “warrah”, lupo antartico o “volpe delle Falkland”. Era endemico delle isole Falkland e fu scoperto nel 1622, ma ricevette l’originale nome tassonomico, Canis anctarticus, da Charles Darwin in persona nel 1833; studi successivi portarono gli studiosi a rinominarlo Dusicyon australis perché troppo distante dai lupi comuni per far parte del genere Canis. Il warrah fu descritto come un animale comune e mansueto, che non attaccava e non aveva paura della nostra specie. Questa caratteristica gli è costata molto cara: i coloni delle Falkland lo considerarono una minaccia per le loro greggi e operarono uno sterminio sistematico. In pochi anni, grazie l’assenza di foreste e la docilità di questi canidi (dovuta all’assenza di predatori: i warrah erano al vertice della catena alimentare prima della colonizzazione dell’arcipelago) la specie fu cancellata. Nel 1868 un lupo antartico fu portato allo zoo di Londra, ma purtroppo sopravvisse solo per pochi anni. L’estinzione totale della specie risale più o meno al 1872.

Ectopistes migratorius

Di Keith Schengili-Roberts – Own Work (photo), CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1585071

La colomba migratrice viveva negli Stati Uniti orientali, sconfinando anche in Canada. Erano talmente comuni e diffuse da formare stormi di milioni di esemplari, tanto che alcuni documenti redatti dai gesuiti asseriscono che fosse possibile abbattere un centinaio di esemplari con una sola fucilata tirata a caso in aria. Si dice che i grandissimi stormi che questa specie metteva insieme quando migrava potessero oscurare il cielo. Paradossalmente fu proprio il loro grande numero a decretarne la fine: già gli stessi indiani d’America li consideravano un fastidio e usavano bruciare le colonie, mentre gli europei scoprirono che le carni della colomba migratrice erano prelibate e operarono una caccia spietata. In più, il disboscamento (e quindi la distruzione dell’habitat) fu determinante per la loro scomparsa. L’ultimo sterminio operato ai danni di questi uccelli avvenne nel 1878 nel Michigan, quando si calcola siano  stati uccisi più di un milione di esemplari. L’ultimo esemplare di Ectopistes migratorius morì nello zoo di Cincinnati (Ohio) il 1 settembre 1914.

Perché l’estinzione di una specie è una tragedia?

Quando una specie si estingue vanno perduti milioni di anni di evoluzione, comportamenti unici, livree spettacolari e tutto ciò che rende unica una specie, ma va perduta anche una cosa molto più importante del solo valore scientifico: il ruolo ecologico. La sparizione di una specie provoca uno squilibrio ambientale che, nei casi più gravi, può portare alla scomparsa di altre specie come in una reazione a catena. Se sparisse un predatore, le prede potrebbero così moltiplicarsi a dismisura ed esaurire le risorse trofiche, autocondannandosi all’estinzione e condannando anche altre specie che dipendevano dalle medesime risorse. Questo naturalmente è solo un esempio molto semplificato: non dimentichiamo che non sono i soli animali ad estinguersi, ma possono sparire anche piante, funghi, protozoi, alghe, ecc. Insomma, ogni specie può potenzialmente andare perduta. L’estizione è irreversibile come la morte, in pratica è la “morte” di un’intera specie.

Spero di essere riuscito a farvi capire la gravità del fenomeno e spero anche che il mio articolo non vi abbia annoiato e vi possa portare a considerare le estinzioni con meno leggerezza, come invece fanno i media.

L’azione antropica non è necessariamente “malvagia”

E’ tuttavia doverosa un’ultima considerazione: abbiamo visto che le attività umane possono essere devastanti, tuttavia non si deve commettere l’errore di demonizzare la nostra specie (come per esempio fanno alcuni squinternati che vorrebbero la nostra estinzione) perché le nostre attività possono essere, coi dovuti accorgimenti, compiute senza arrecare danni all’ambiente e, addirittura, ci sono casi in cui l’azione umana ha impedito che una specie di estinguesse (ne vedremo un esempio nel prossimo articolo). Soltanto una maggiore conoscenza dei maccanismi che regolano gli ecosistemi e soltanto lo sviluppo di tecnologie sempre più efficienti possono assicurare un sempre minore impatto delle attività umane sull’ambiente, un risultato che può essere ottenuto solo se la Scienza avanza in ogni sua forma e sfumatura!

Ricordate: noi non siamo estranei all’ecosistema globale ma ne facciamo parte, quindi dobbiamo agire per mantenerlo stabile e spero che la triste storia delle specie di cui abbiamo parlato qui possa essere da esempio per il futuro.

Ivan Berdini

Zoologo e appassionato di fotografia